| |
|
Monreale è
un comune di 31.343 abitanti della provincia di Palermo e dista
circa 2 km a sud dal capoluogo. È conosciuta nel mondo principalmente
per il suo splendido duomo moresco-bizantino del XII secolo. Monreale
si andò formando lentamente attorno alla potentissima comunità
benedettina appositamente fatta venire da Guglielmo II, nel 1776,
da Cava dei Tirreni. I poteri conferiti all’abate erano eccezionali
ed erano esercitati in vastissimo territorio. La costruzione più
rappresentativa di Monreale è il Duomo costruito, sempre
per volontà di Guglielmo II, fra il 1172 e il 1176. Lo stile
di questo monumento conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo è
composito, poiché si uniscono gusti differenti che rimandano
all’architettura dell’Europa del nord e all’arte
araba.
Il prospetto principale, seguendo una tipologia francese, è
racchiuso da torri angolari di cui si conservano quella meridionale,
mentre il portico è d’epoca rinascimentale. Le absidi,
col fitto intreccio d’archi acuti, evocano atmosfere arabeggianti
esaltate dalla decorazione policroma creata dall’alternanza
di tarsie di calcare e di pietra lavica. Molto importanti sono le
porte bronzee in stile romanico: quella principale, eseguita da
Bonanno Pisano, è composta da quaranta pannelli con scene
tratte dalle narrazioni bibliche. L’interno, illuminato dai
magnifici mosaici rilucenti d’oro che creano l’illusione
di trovarsi in un luogo paradisiaco, è a croce latina, con
le navate divise da colonne sormontate da una sequenza ritmica d’archi
ogivali. L’intero edificio è rivestito da mosaici risalenti
al tempo di Guglielmo II e forse di Tancredi (1194). La narrazione,
che s’estende per ben 7584 m2, racconta l’intera storia
del cristianesimo nei momenti dell’attesa di Cristo, della
sua vicenda terrena e di ciò che è avvenuto dopo la
sua morte e risurrezione.
Pur rimandando alla cultura bizantina, questi mosaici (soprattutto
quelli più recenti) risentono del linguaggio romanico di
quelli di San Marco a Venezia. Uno dei momenti più alti è
costituito dall’immagine del Cristo Pantocratore che sembra
dominare l’intera aula sacra. Fra i tesori della cattedrale
sono da ricordare le cappelle di San Castrense, di San Benedetto
e del SS. Crocifisso: quest’ultima splendido esempio di barocco
a marmi mischi. La chiesa custodisce anche le tombe reali del primo
e del secondo Guglielmo. Il tesoro della cattedrale conserva, fra
le altre cose, arredi sacri (anche di fattura francese), una cassettina
di rame smaltato del XIII secolo ed un reliquario della Sacra Spina
(della corona di Cristo), risalente al periodo gotico.
Il chiostro, altro luogo di delizie per gli occhi ed il cuore, è
un vero capolavoro dell’arte della scultura e dell’intarsio
di pietre dure. Le 228 colonnine gemine, ognuna delle quali presenta
decori differenti, sono sormontate da elaboratissimi capitelli che
sostengono archi d’ispirazione araba. Il chiostro, anch’esso
coevo alla costruzione del Duomo, ha forma quadrangolare e racchiude,
in un piccolo spazio, un intero campionario di forme e di culture
desunti dall’arte provenzale, borgognona, dal classicismo
dell’area salernitana e, come sempre in questa zona della
Sicilia, dall’arte araba. Nell’angolo meridionale è
il recinto quadrato con la fontana con alto stelo, che evoca la
forma del tronco di una palma, e rimanda, con la delicatezza delle
forme e dei colori, alle magiche e sensuali atmosfere delle dimore
orientali. Ecco come Jean Houel descrive il chiostro di Monreale
in Viaggio pittoresco nelle isole di Sicilia, di Lipari e di Malta
(1787): “Le colonne sono tutte scanalate, alcune sono tortili,
altre diritte. Sono tutte incrostate di mosaici colorati e dorati,
di granito, di porfido, di ogni tipo di marmo che forma piccoli
disegni di incantevole esattezza. I capitelli sono una mescolanza
di fiori, frutta, di figure di animali di ogni specie… Questo
chiostro è il monumento più completo, più ricercato
che sia possibile costruire nel suo genere. È in questo luogo
sublime che i più reclusi riammirano al mondo e alle sue
pompe”.
Invece Guy de Maupassant scrive in La via errante (1885): "Il
meraviglioso chiostro di Monreale suggerisce alla mente una tale
sensazione di grazia che ci vorrebbe restare quasi per sempre. È
molto grande, perfettamente quadrato, di un’eleganza delicata
e fine; e chi non l’ha visto non può immaginare cosa
sia l’armonia di un colonnato. La squisita proporzione, l’incredibile
snellezza di tutte queste leggere colonnine, che vanno a due a due,
a fianco a fianco, tutte differenti, alcune rivestite di mosaici,
altre nude; alcune ricoperte da sculture d’incomparabile bellezza,
altre adorne di un semplice disegno di pietra che vi sale attorno,
avvolgendosi come una pianta rampicante, meravigliano lo sguardo,
e poi lo affascinano, lo incantano, vi generano quella gioia artistica
che le cose di un gusto assoluto fanno penetrare nell’anima
attraverso gli occhi. Come tutte queste coppie di colonnine, anche
tutti i capitelli di fattura incantevole, sono differenti. E ci
si meraviglia contemporaneamente, cosa molto rara, dell’effetto
mirabile dell’insieme, e della perfezione del particolare.
Non si può osservare questo autentico capolavoro di fine
bellezza senza pensare ai versi di Victor Hugo sull’artista
greco che seppe mettere “qualcosa di bello come un sorriso
umano sul profilo dei Propilei. Questa divina passeggiata è
racchiusa tra alte mura molto antiche, ad arcate ogivali; ed è
tutto ciò che oggi rimane del convento benedettino. La Sicilia
è la patria, la vera, l’unica patria dei colonnati.
Tutti i cortili interni dei vecchi palazzi e delle vecchie case
di Palermo ne contengono di stupendi, che sarebbero famosi altrove
da quest’isola così ricca di monumenti. Il chiostrino
della chiesa di San Giovanni degli Eremiti, una delle più
antiche chiese normanne a carattere orientale, sarebbe meno notevole
di quello di Monreale, è ancora molto superiore a tutto ciò
che io conosco di paragonabile”. Numerose sono le leggende
del periodo normanno, ma forse la più suggestiva, corrispondente
al fervore religioso che si diffuse nell’isola in seguito
alla cacciata degli Arabi e al tema delle apparizioni soprannaturali,
è quella che esalta l’opera di Guglielmo il Buono,
soprattutto per la sua politica fiscale che è legata alla
costruzione del Duomo di Monreale.
Si narra che Guglielmo, succeduto al padre sul trono di Sicilia,
s’addormentasse sotto un carrubo un giorno colto da stanchezza,
mentre era a caccia nei boschi di Monreale. In sogno gli apparve
la Madonna di cui era molto devoto che gli rivelò il segreto
di una “travatura” con queste parole: “Nel luogo
dove stai dormendo c’è nascosto il più grande
tesoro del mondo: scavalo e costruiscici in questo luogo un tempio
in mio onore”. Dette queste parole la Vergine scomparve e
Guglielmo, fiducioso alla rivelazione in sogno, ordinò che
si sradicasse il carrubo e si scavasse intorno. Con grande stupore
venne scoperto un tesoro in monete d’oro che furono destinate
subito alla costruzione del Duomo di Monreale (1176), per il quale
furono chiamate maestranze arabe specie per i mosaici (“i
mastri di l’oru”), che adornano non solo l’abside
col Cristo Pantocratore, ma le pareti e le colonne. L’opera
eccezionale e la leggenda sono celebrati da un canto popolare raccolto
da Salvatore Salomone Marino, folclorista della scuola di Pitrè,
che così recita tradotta in italiano:
Benedetto il maestro che la fece
Il Sovrano che la fece costruire
Non si conta e non si può dire quanto sia splendido e ricco
Non c’è oro, né argento, né moneta che
basti
Maria che è imperatrice del cielo
Disse: “Il mio Trono mi voglio costruire”.
Invia dunque gli Angeli a costruire la Matrice
Ed essi fermeranno il volo a Monreale.
STORIA
Si presume tuttavia che la storia di Monreale sia ancora più
antica e non nasca con il Duomo. Infatti tuttora esiste il toponimo
locu vecchio riferito a una località sulle balze del Monte
Caputo, in cui si pensa vi fosse un insediamento umano più
antico. La leggenda invece narra che Guglielmo II, durante una battuta
di caccia nei dintorni di Palermo, si riposò all’ombra
di un carrubo. Addormentandosi, gli apparve in sogno la Madonna,
che gli indicò il luogo dove si nascondeva un tesoro, che
lui avrebbe dovuto utilizzare per costruire una chiesa. Più
prosaicamente lo storico ritiene che il sito su cui erigere il meraviglioso
duomo, non a caso intitolato a Santa Maria Nuova, fu scelto perché
attiguo al più antico nucleo abitato del posto, ubicato nei
pressi di una sorgente, attuale quartiere Pozzillo. Con la realizzazione
del duomo, Guglielmo I mette in atto un grande progetto politico
e strategico, gettando il seme della tolleranza e dell’ecumenismo.
Alla costruzione del tempio Guglielmo chiama a lavorare muratori
arabi, artisti e mosaicisti bizantini e borgognoni per il chiostro
e per tutto il complesso monumentale. Cento monaci furono inviati
dal convento benedettino di Cava dei Tirreni nel nuovo monastero.
L’abate Teobaldo, il primo dell’abbazia, divenne così
arcivescovo di una nuova arcidiocesi che tanta importanza avrà
nelle vicende politiche dell’epoca, arrivando ad essere governata
da esponenti delle famiglie di primo piano, come i Medici e i Farnese,
i Borgia e i Colonna, gli Orsini e i nobili di Spagna e Francia.
L’arcidiocesi andò via via estendendosi: l’abate
Teobaldo divenne signore di tre castelli (Giato, Corleone e Calatrasi)
e ricevette in concessione vigne, giardini, mulini, tonnare. Le
basi erano gettate. Accanto all’importante abbazia sorse una
civitas, destinata a diventare crogiolo della civiltà latino
- cristiana in una terra fino ad allora abitata dai Saraceni. L’età
barocca vide il moltiplicarsi delle chiese contemporaneamente al
fiorire delle attività.
|
|
|